Esattamente come l’albo
precedente, tutto focalizzato sulla figura di Juno, il terzo capitolo di
Orfani, miniserie Bonelli ideata dal duo Recchioni-Mammucari, si prefigge il
compito di caratterizzare un altro membro del team dei giovani protagonisti.
Questa volta è il turno del personaggio più intrigante, irriverente e
divertente dell’intero cast degli Orfani: Ringo (alias Pistolero).
Nella prima parte dell’albo osserviamo quindi l’orgoglioso
protagonista del numero tre piegarsi definitivamente al volere del colonnello
Nakamura non tanto per evitare la propria esecuzione pubblica, verdetto imposto
per un suo ennesimo atto di ribellione, quanto per salvare dalle grinfie della
professoressa Juric la piccola Sam, con cui ha sin da subito instaurato un
profondo (morboso?) legame di amicizia. La seconda parte, ambientata nel
presente, narra in primis della guerra aerea contro gli extraterrestri e
poi finisce per soffermarsi sulle
vicissitudini di Pistolero, precipitato a causa dello scontro nel pianeta
alieno e costretto ad intraprendere una corsa contro il tempo per raggiungere
la zona di recupero più vicina ed evitare così la morte per via delle
radiazioni fatali presenti nell’aria.
I due archi narrativi ancora una volta vengono quindi usati
in maniera molto lineare per narrare la crescita interiore del protagonista che
da irrequieto e ribelle matador si trasformerà in un soldato risoluto e
motivato. Anche nel caso di Ringo, così come per Juno, è quindi l’amore il vincolo che permette la
maturazione del personaggio che, in questo caso, riesce a sopportare una
tremenda umiliazione pur di proteggere la compagna americana. Ma si può davvero
parlare di maturazione?
Le scelte dei due personaggi infatti, se viste dall’altro
lato della medaglia, paiono più delle rese incondizionate che non delle scelte
mature, non generano una vera e propria crescita interiore, ma incrementano il
potere dei generali sugli stessi orfani. Seppur in maniera molto distorta mi
viene da pensare ad Anakin Skywalker e al suo percorso verso il Lato Oscuro. È
infatti l’amore nei confronti della principessa Padmè, sentimento di per se
puro e positivo, a generare il graduale declino morale dello jedi che sceglierà
egoisticamente l’amore per la sua donna al bene nella sua forma più alta. In
Orfani in realtà i personaggi non vengono meno ad un bene superiore, ma in un
certo senso a loro stessi in quanto esseri individuali dotati di una propria
spiccata personalità. Pur di salvaguardare le proprie relazioni Ringo e Juno
sono pronti a rinunciare a tutto, sia al proprio essere che ai propri obiettivi
principali, e non è detto che ciò sia di per sé un concetto positivo.
Anche lo scontro aereo e
il cammino alla ricerca della salvezza intercorso nelle putride paludi aliene
con tanto di emblematico e plateale rimando a Star Wars (il pianeta Dogobah),
di nuovo mi fanno pensare al giovane padawan che in futuro diventerà il temuto
Darth Fener. Nonostante entrambe le situazioni possano far immediatamente
ricordare (come è giusto) le disavventure di Luke Skywalker prima della sua
investitura a jedi, il Ringo di Orfani non è puro e integerrimo come quest’ultimo.
Precisiamo però che è anche molto meno noioso e più interessante. Con la sua
forza d’animo correlata alla giusta dose di umorismo Pistolero sa essere
“eroe”, anche se non nel senso classico del termine. Egli è infatti uno
spaccone ben conscio delle proprie abilità e sempre pronto ad accettare nuove
sfide, ma soprattutto un procacciatore di guai, proprio come Anakin.
E proprio lo spirito guascone di Ringo mi riporta in mente
un altro personaggio simbolo della mia adolescenza: D’Artagnan, apprendista
moschettiere e irruento attaccabrighe. Molte sono le somiglianze tra Ringo e il
protagonista de I tre moschettieri di Dumas. Come D’Artagnan il membro degli
orfani rappresenta il classico guerriero guaglione, il ribelle immaturo che si
caccia continuamente nei guai e che irrimediabilmente piace a tutti i lettori.
In genere tale tipologia di personaggi che rischia continuamente la vita in
maniera sconsiderata impara con il tempo l’arte della moderazione che acquista
spesso a caro prezzo. Nel caso del francese l’eccessiva faciloneria iniziale lo
porterà a pagare un prezzo molto alto, perdendo Costance, la donna che ama; lo
spagnolo pare invece imparare la lezione giusto in tempo ed è in grado di
allontanare Sam dalla perfidia della professoressa Juric, moderna Milady in
scaltrezza e doppiezza.
Primo sangue lascia
spazio anche ad altri personaggi proponendo lati più o meno nascosti del loro
carattere. Un esempio su tutti è il ruolo che ha Jonas/Boyscout nelle due
vicende narrate e che lo rendono di fatto un leader affidabile e adeguato per
la squadra, ma anche pronto a tutto pur di mantenere uniti i suoi compagni e
salvaguardarli da eventuali inciampi e pericoli. Ed è così che lo osserviamo
consigliare alla professoressa Juric il modo corretto in cui ammansire Ringo,
suggerendole il suo punto debole: l’affetto per Sam. Sono quindi le scelte poco
corrette e l’inevitabile tradimento degli amici per un bene maggiore che donano a Jonas l’aspetto di un
futuristico (seppur meno intrigante e indipendente) Ozimandis, pronto ad ogni
sacrificio pur di preservare il suo team (in tal caso inteso come obiettivo
primario). Se tali intrighi venissero allo scoperto l’equilibrio della squadra
vacillerebbe in un nanosecondo; anche qui ci troviamo di nuovo di fronte a rapporti interpersonali immaturi
e costruiti su false certezze, quasi a sottolineare ancor di più il peso
dell’addestramento militare che ha fortemente circuito i ragazzi. Un’altra
figura importante dell’albo è la stessa Sam, profondamente bisognosa
dell’affetto e della protezione di Ringo, sintomo delle sue insicurezze più
profonde che si concretizzano nel presente con la presa di coscienza di aver
abbandonato l’amico/amato al suo destino nel terreno nemico.
In questo capitolo
storia e struttura narrativa riescono, in maniera ancora più netta degli albi
precedenti, nell’intento di rendere la lettura rapida, naturale e piacevole;
infatti i dialoghi appaiono minimali e privi di frasi fatte e lasciano ampio
spazio alle scene d’azione. Roberto Recchioni si riserva anche qui di gettare
nuovi interrogativi e di acuire l’interesse del fruitore nei confronti del
nemico extraterrestre, stranamente debole e poco organizzato rispetto alle
aspettative degli stessi aggressori. Altra scelta, presumo calcolata, dello
sceneggiatore è quella di far scontrare il Pistolero, giovane torero prima
dell’attacco apocalittico, con un l’alieno dall’aspetto “taurino” che, dopo la
visione della Sagrada Familia extraterrestre in Non per odio ma per amore, pare
tutto tranne che una coincidenza. Modus operandi questo perfettamente aderente
allo slogan più volte usato dagli stessi creatori della miniserie per
definirla: “Niente è come sembra”.
Alla trama avvincente si unisce l’ottimo lavoro del
disegnatore Gigi Cavenago e della colorista Arianna Florean. Il primo con il
suo tratto riesce a rendere tremendamente dinamiche le scene d’azione (ne sono
un esempio la lotta nelle docce ed il combattimento con l’alieno) e a dare
forma in maniera più che ottimale ai corpi adolescenti dei protagonisti; la
seconda riesce nell’intento di animare con la colorazione le tavole in bianco
nero (si veda il suo lavoro nella scena della camera di rianimazione), dandoci
l’ennesima prova dell’importanza del colore per la miniserie. Un discorso a
parte va fatto per la copertina illustrata da Massimo Carnevale con una
maestria degna di lode: essa risulta, a mio parere, la migliore delle tre da
lui realizzate per Orfani (finora).
Ilaria Mencarelli
Nessun commento:
Posta un commento