martedì 18 febbraio 2014

I superoi Marvel e i film

Quando uscì The Avangers molti si chiesero perché mancassero tra i protagonisti po po di personaggi come Spider-man e Wolverine  che, ben saprete, sono tra i più graditi ai fan e anche alla sottoscritta che (ahimè, vi deluderò) ha gusti piuttosto banali.

In questi ultimi giorni è arrivato in nostro aiuto direttamente dal web il poster creato da Geek Twins che prende i personaggi della Casa delle Idee e gli raggruppa in cerchi rappresentanti gli Studios aventi i diritti dei personaggi.


Nessuna nuova notizia. Tutto vecchio ma finalmente espresso con chiarezza mediante il grafico.

Il problema infatti è ancora una volta dato dal mercato. I diritti dei supereroi sono sparpagliati un po’ ovunque e così Spider-Men, gli X-Men e I vendicatori per il momento non potranno incontrarsi nelle pellicole. Unica eccezione la fanno Scarlett e suo fratello che possono comparire sia nei film dei Marvel Studios sia nelle produzione della 20th Century Fox (immagino che in questo caso i diritti siano ripartiti).

Ricordo perfettamente che proprio interessandomi alla realizzazione del reboot di Spider-Man venni a scoprire la bizzarra storia dei diritti, che non erano esclusivamente in mano alla Marvel come credevo. Nel caso dell’Uomo Ragno la Sony per non perdere il personaggio aveva tentato il tutto per tutto girando in breve tempo The Amazing Spider-Man e abbandonando altri supereroi al loro destino (Devil for exemple).

Quindi mi sembrava carino segnalarvi questa chicca.

Ilaria Mencarelli

mercoledì 5 febbraio 2014

Come nasce un fumetto: Orfani – Seconda parte

Una volta terminato l’intervento di Roberto Recchioni riguardo il processo creativo delle miniserie Orfani, l’autore ha risposto alle numerose domande dei ragazzi presenti che hanno toccato le tematiche più disparate: dal linguaggio, all’utilizzo di archetipi fino al rapporto con web e media.

Poiché si è parlato a lungo della nuova stagione, di cui sono state fatte vedere anche la bibbia realizzata da Lorenzo Ceccotti (mecha design) e Annalisa Leoni (colori), a seguire vi saranno allertati tutti gli SPOILER sulla seconda stagione qualora non vogliate rovinarvi la sorpresa.

INIZIO SPOILER
Con la prima domanda si inizia subito a toccare un argomento piuttosto delicato: il modo in cui sono state concepite la prima e la seconda stagione e la temporalità che intercorre tra le due. La risposta sbottonata dell’autore rivela nuove interessanti informazioni sul futuro della miniserie e su quello che dobbiamo aspettarci.

Tra la prima e la seconda stagione passano parecchi anni. Anche in questo caso abbiamo deciso di correre l’ennesimo rischio facendo uscire la miniserie con un nome nuovo e numerandola da capo in maniera che, chi ha seguito la prima leggendo la seconda noterà che la continuità è evidente, mentre chi sale a bordo per la prima volta leggerà comunque una storia fruibile in maniera autonoma.
FINE SPOILER

Per ciò che riguarda il rapporto dello sceneggiatore con la scrittura egli esprime l’importanza che ha per lui conoscere il disegnatore per cui sta realizzando la storia, sia per poter sfruttare i suoi punti di forza al meglio, sia per creare un rapporto con lo stesso. E così è stato per Orfani: conoscere il proprio partner di lavoro ha permesso all’autore di giocare con i personaggi nelle migliori condizioni, dando origine ad un fumetto Bonelli ricco di interazioni piuttosto complesse tra i protagonisti. A tal proposito sottolinea:
Se avete pazienza di arrivare al 12 scoprirete che i personaggi di Orfani sono molto particolari, ognuno di loro ha una profondità che  davvero non ho mai scritto prima. Per me era importante sapere esclusivamente come avrebbero recitato, del design mi interessava relativamente. Più volte ho detto che Orfani poteva essere raccontato allo stesso modo ai giorni d’oggi o nel passato.

Si continua a parlare dell’argomento scrittura ed in particolare di come il linguaggio usato da Roberto Recchioni si sia modificato nel tempo raggiungendo uno stile diverso, molto più asciutto e al servizio del disegno come nei casi de La redenzione del samurai, I fiori del massacro e Orfani.

Quando ho finito David Murphy 911 mi ero stancato della mia voce, di quel tipo di stile molto sopra le righe, molto ridondante e molto sporco. Ho iniziato un tipo di lavoro di pulizia sulla mia scrittura. Dopo La redenzione del samurai ho deciso di andare avanti su questa strada. […] Io credo che un bravo sceneggiatore di fumetti debba apportare un tipo si scrittura che sia al servizio del disegno; quindi se posso passare un’informazione esclusivamente con le immagini preferisco lasciarle senza dialogo.
Al contrario I fiori del massacro e Orfani appaiono due opere molto diverse per quanto riguarda la tipologia di dialoghi adottati. Il tono del secondo si mantengono sempre carichi, sempre troppo enfatizzati e sempre eccessivi, ma per scelta.

I personaggi adulti parlano così perché sono degli stupidi. Sono degli esaltati che stanno combattendo e sono stati educati con una filosofia bellica che gli porta a dire cazzate. Hanno lo stesso tipo di tracotanza e supponenza dei marines di Aliens. […] Mi rendo conto che quello che gli faccio dire è stupido e glielo faccio dire, ribadisco, perché loro sono stupidi! Sono personaggi pieni di arroganza e trasmettono la loro arroganza per mezzo dei dialoghi. A poco a poco poi si noterà che il tipo di linguaggio dei personaggi si modificherà perché in base alle scoperte che faranno essi cambieranno e acquisteranno spessore.
Si tocca poi un argomento che sta molto a cuore allo sceneggiatore romano: la funzione degli archetipi come mattoni edificanti delle storie in antitesi al costante bisogno delle nuove generazioni di trovare riferimenti e citazioni nei fumetti come se si trattasse di una vera e propria caccia al tesoro e senza badare ad altro.

Perché si usano archetipi e luoghi comuni nel fumetto? Permettono di risparmiare informazioni. Nel senso se io creo un personaggio che è un proto killer non mi dovrò dilungare a raccontartelo troppo perché il tuo cervello è pieno di centinaia di personaggi simili che portano dietro una serie di informazioni. Ad esempio Luke Skywalker è Semola, cioè il prescelto che riceve la chiamata e deve adempiere ad un destino più grande di lui.
A suo avviso non è cambiata la capacità di riconoscere riferimenti (Guerre Stellari è smontabile oggi come lo era per i ragazzini che lo videro per la prima volta nel ’77) ma il modo che hanno le nuove generazioni di rapportarsi a libri, film e fumetti, sempre in cerca di citazioni piuttosto che del contenuto intrinseco di un’opera. La ricerca degli evidenti riferimenti nei suoi fumetti sono all’ordine del giorno e spesso denotano anche scarsa conoscenza del materiale seminale da cui lo stesso attinge (si veda il caso de I fiori del massacro, dove una delle principali fonti di ispirazione dell’albo è Lady Snowball e non Kill Bill, ultimo film cult a trattare la tematica della vendetta al femminile). E tra l’altro film quali Kill Bill e Matrix, in maniera più o meno scorretta, riportano costantemente ad altro, pur rimanendo godibili e ben fatti.

Sergio Leone con Un pugno di dollari! Akira Kurosawa lo ha denunciato e lui ha perso. Ciò non cambia però che Un pugno di dollari sia un capolavoro. Il cosa rimane molto relativo, è il come che diventa fondamentale.

Quindi in Orfani l’uso di archetipi come mezzo facile e funzionale per passare velocemente informazioni al lettore è un scelta di fondamentale importanza che permette a Roberto Recchioni di sviare il lettore e portare avanti una storia che, numero dopo numero, si discosta sempre di più dai canoni della fantascienza bellica, diventando una serie unica, “a cui niente assomiglia”. Al contrario la citazione è qualcosa di diverso, è riprodurre inquadratura su inquadratura una scena già esistente esattamente come fa De Palma nei suoi film, un qualcosa da cui l’autore di discosta fortemente.
Quando scrivevo John Doe e John Doe parlava di Super Car non si trattava di una citazione, ma di un riferimento culturale, di un dialogo referenziale che si rifà alla cultura pop. La scena, per essere considerata citazione di Super Car si sarebbe dovuta svolgere nel modo seguente: John Doe sarebbe dovuto entrare in un macchina, avrebbe detto “Go Kit” e la macchina avrebbe dovuto rispondere. Il citazionismo non mi ha mai interessato, anche se dentro Orfani ci sono alcune citazioni che mi sono divertito a fare, come quella di Guerre Stellari sul numero tre per cui non ho resistito.

Per funzionare le citazioni devono diventare esse stesse meccanismo decostruttivo della narrazione, esattamente come faceva Tiziano Sclavi in Dylan Dog. Ne è un esempio lampante Killer! Il numero cinque della collana dove Dylan si trova a fronteggiare un proto-Terminator del tutto simile a Schwarzenegger per poi scoprire che altri non è che un golem, intuendo così come porre fine alla catena di uccisioni generate dallo stesso.
Che ha fatto Tiziano? Ha tolto un velo da Terminator. Ha detto: “giochiamo con Terminator, scombiniamolo un po’, riveliamone una delle origini.” Terminator non è altro che il golem. Quindi Dylan si confronta con golem che è Terminator. È un cortocircuito divertente.

E di nuovo tornando sulla struttura delle storie e sulle figure archetipe conclude:
Destrutturare le storie è un esercizio molto utile per chi vuole scrivere . E se lo fate, scoprirete che metà dei film che avete visto sono lo stesso film, non un film leggermente simile, lo stesso. Poi il come gli strati e gli abbellimenti nascondano quell’origine è tutt’altra cosa.  Ma Guerre Stellari è due volte lo stesso film che è Matrix, con la figura di un prescelto. Il fatto che Neo eviti i proiettili non cambia nulla, quello è solo il come. Matrix e Guerre Stellari sono l’applicazione dell’ABC di quanto scritto da Vogler ne Il volto dell’eroe, cioè la struttura classica dell’eroe che riceve la chiamata dal destino ed è costretto ad accettarla.

Ritornando sulle critiche riferite alla secchezza del linguaggio e ai dialoghi adottati nella miniserie, Roberto Recchioni ribadisce:
“Noi non facciamo arte, noi facciamo cadaveri” è una frase brutta! È il motto di un branco di psicopatici che uccide i bambini per trasformarli in soldati. Perché dovrebbero avere un motto fico? Quello che gli stanno dicendo e che a loro non interessano i codici, non gli interessa l’arte, non gli interessa la bellezza, non gli interessa la forma, gli interessa solo il risultato che è uccidere. Non deve essere una bella frase. Il fatto che loro la ripetono in maniera così ossessiva vi deve far capire che è brutto ciò che sono diventati. […]In realtà sono una manica di psicopatici, di bambini rovinati, che è poi il principio stesso dei bambini addestrati alle armi. C’è qualcosa di peggio? No. Ogni sistema sociale che usa i bambini per fare una guerra è un sistema alla deriva e quello sto raccontando. Sto cercando di scrivere dei dialoghi molto sintetici perché sto cercando in assoluto le chiavi per un linguaggio nuovo. Per me la verbosità, la quantità di spiegoni del linguaggio Bonelli sono uno dei problemi che portano il pubblico ad allontanarsi. Il fumetto Bonelli infatti si adagia sulle spiegazioni. Io cerco di eliminare la necessità di avere lunghe spiegazioni o di ridurle al minimo.

Il percorso adottato dallo sceneggiatore romano, in contrasto con la teoria di Sergio Bonelli per cui il lettore non sfoglia l’albo con attenzione e ha bisogno quindi che il concetto venga ribadito più volte, non è necessariamente quello giusto. E l’autore stesso si chiede se lo sia ogni qual volta si trova a dialogare con il suo pubblico riguardo concetti che, pur essendo spiegati in maniera concisa nei suoi fumetti, non sono passati. Un problema difficile se non impossibile da risolvere. Fatto sta che più si rende il linguaggio universale, più si finisce per impoverirlo e, a tal proposito, il tentativo di Roberto Recchioni rimane uno sforzo coraggioso di cambiare le cose.
Le innovazioni presenti nella serie non sono immediatamente riscontrabili dai primi numeri, ma incominciano a notarsi solo dopo la lettura del quarto quando le carte iniziano a scoprirsi. A tal proposito la periodicità mensile del fumetto è una pecca  in quanto i tempi di reperibilità dei singoli albi sono troppo lenti per una serie che come Orfani è fortemente influenzata dalla struttura narrativa dei telefilm. Non resta che aspettare il volume deluxe pubblicato da Bao Publishing (che ingloberà gli albi a gruppi di tre) per vedere come andrà il mercato nella libreria di varia.

Sul prolungamento della miniserie e quindi sulla produzione di un terza serie Roberto Recchioni è perplesso e spiega le due motivazioni per cui non è detto che ci si trovi davanti ad un rinnovo.

 Primo: come andata la prima serie? Abbastanza bene da definirci soddisfatti, ma non abbastanza bene da dire: “Oh Mio Dio! Apriamo lo champagne che diventiamo tutti ricchi”. Per essere agli inizi e per essere una testata che costa 4,50 euro siamo piuttosto contenti. Però non siamo così convinti, tenendo conto del mercato che ci sia abbastanza fiato per fare la terza stagione subito. E inoltre anche se decidessimo di sì (e c’è una forte corrente che vorrebbe farla) i tempi sono troppo stretti e dovremmo farla con un intervallo.

Tutto da vedere insomma, anche perché poi bisognerà tenere conto degli andamenti della seconda serie ed in particolare del cambiamento del titolo che potrebbe comportare dei costi o dare vita ad un nuovo rilancio.

Sull’action trailer c’è poco da dire: era una lavoro fatto senza pretese con la Scuola Romana di Fotografia e Cinema e ha avuto le sue sessantamila visualizzazioni. Si basa sull’idea di riproporre atmosfere anni ’80 che molti ricordano con nostalgia e che sono apprezzate anche dai ventenni. L’autore si sbilancia poi sull’andamento della forte campagna di promozione indetta per Orfani:

Oggi sono un po’ più scettico perché alla fin fine sia Orfani che Dragonero hanno attirato mediante la campagna virale un pubblico iniziale fisso ma labile. Infatti la perdita di lettori tra primo e secondo volume è la stessa. […] I lettori che riusciamo ad avvicinare con il numero uno li perdiamo poi. Dobbiamo studiare, sicuramente c’è qualcosa che non va.

Alla domanda “Come è nato Orfani?” Roberto Recchioni risponde:

Sto invecchiando, ho una posizione lavorativa abbastanza tranquilla e sono una persona che alcuni obiettivi li ha raggiunti. Quindi potrei guardare avanti e invecchiare. Dall’altro lato però ho la fortuna di conoscere persone molto più giovani di me e mi rendo conto che viviamo in un momento specifico in cui stiamo infilando tutti i nostri ragazzi in un tritacarne. Orfani parla di quello, cioè di come abbiamo ficcato il nostro futuro in un tritacarne che riduce i giovani d’oggi ad essere precari dell’anima più che dei precari lavorativi.

Analizzando i punti deboli della miniserie, essi non vengono ricondotti al formato bonelliano, quanto all’hype scatenato, che ha generato delle aspettative troppo alte, e all’uscita mensile degli albi.

L’unica cosa che con il senno di poi posso dire è che forse valeva la pena di farlo quindicinale in maniera di avere delle uscite più ravvicinate, più vicine. È un ipotesi su cui si sta ragionando ora per il futuro. In novità per novità potevamo rischiare anche con quello. Ritengo che la Bonelli abbia fatto il meglio e che mi abbia messo nella condizione migliore per lavorare. Quando sarà finito e vedremo come la storia verrà giudicata nel suo complesso, mi prenderò le mie colpe o i miei meriti.

La scelta di optare su protagonisti iberici è dovuta a due motivazioni principali: l’entrata della Spagna nella crisi economica durante le fasi di ideazione e di scrittura della serie (“Mi interessava sfruttare la crisi che stava e sta investendo l’Europa senza usare l’Italia. Ho avuto delle remore.”) e le perplessità di Sergio Bonelli riguardo la creazione di personaggi italiani (“I dischi volanti non atterrano a Belluno”). I cattivissimi Juric e Nakamura sono rispettivamente slava e giapponese per una questione di gusto personale.

La Juric è slava perché mi piacciono i nomi slavi, Nakamura invece è giapponese perché io sono intrippato col Giappone e perché lui rappresenta l’autorità che in Giappone è forte. Poi mi divertiva appunto fare una citazione: mettergli la tuta sportiva di Kitano in Battle Royale. L’avevo trovata una cosa strana in Battle Royale e volevo assolutamente rubarla.

 INIZIO SPOILER

Al contrario la seconda stagione ha uno stretto rapporto con l’Italia, che diventa ambientazione principale del viaggio on the road dei protagonisti per due motivazioni.

La prima è che la remora di cui ti parlavo è venuta meno. La seconda perché la conformazione geografica dell’Italia si prestava molto bene al tipo di storia che avevo costruito. Mi serviva che i personaggi facessero un certo tipo di percorso obbligato e l’Italia, con il fatto che puoi solo salire, mi tornava utile. Vi anticipo la storia: si tratta di un on the road che parte dal Sud Italia poi sale. Quindi volevamo fare una progressione per cui iniziavamo da una Napoli, che è quasi una città normale, ad una Roma devastata fino ad arrivare ad una Milano rasa al suolo perché più vicina all’epicentro.

Un passaggio graduale verso l’inferno sfruttando la morfologia dello stivale . Ma anche il divertimento di poter ambientare la storia nel nostro paese. Con i suoi pro e i suoi contro. E così ad un disegnatore milanesissimo come Massimo Ambrosini, che inizialmente doveva disegnare la sua Milano, è capitato l’albo ambientato a Roma con tutti i problemi riferiti alla disposizione dei monumenti e, in generale, alla riproduzione della “vera Roma”.

FINE SPOILER

Sulla Bonelli e i paletti imposti dalla casa editrice:

La casa editrice non ci ha messo dei limiti, anzi. Da quanto sono entrato in Bonelli ho sempre fatto quello che mi andava di fare. Ho scritto una storia su Dylan Dog su Dylan malato che ero sicuro che mi avrebbero bocciato e invece mi è stata pubblicata ed è stato un grande successo. Ho chiesto una serie a colori e me l’hanno fatta fare. Sergio odiava le storie dei samurai ma mia hanno permesso di farne due di cui una contiene scene sadomaso e me l’hanno passato. Forse sono particolarmente fortunato, però ho avuto pochissimi problemi di limiti di questo tipo. Non mi nasconderò mai dietro il dito del “non me lo hanno lasciato fare”. Se sbaglio ho sbagliato io. Se vinco, vinco io.

A proposito delle competenze acquisite dai coloristi durante il faticoso lavoro compiuto su Orfani  esse si stanno riversando su altre testate come Dylan Dog e Dragonero.

Tutti i coloristi e gli artisti di Orfani stanno passando su Dylan perché io adesso sono il curatore di Dylan Dog e porto ciò che ha funzionato su Orfani all’interno della testata per rinnovarla. Inoltre i coloristi di Orfani oggi parlano con i coloristi degli albi speciali di Dragonero e con gli altri coloristi degli albi speciali perché per ottenere un certo tipo di resa del colore su Orfani ci siamo dovuti fare un mazzo incredibile.

Roberto Recchioni poi rende noto il suo impegno su un nuovo progetto in bianco e nero ma sottolinea il bisogno di portare avanti la tradizione del colore intrapresa dalla miniserie. Colore che rende a tutti gli effetti Orfani una serie appetibile al mercato estero (già pubblicato in Germania, arriverà in Francia e negli USA). E proprio la ricerca di mercati alternativi era uno degli obiettivi primari dell’autore che non sopporta la volatilità degli albi Bonelli in edicola. In tal senso anche la scelta di pubblicare la miniserie per la libreria di varia in un arco di tempo così breve è un modo per aprirsi una nuova fetta di torta del mercato.

Scordatevi che Roberto Recchioni ricordi i vostri commenti positivi sulla sua creazione! Egli ammette infatti di concentrarsi esclusivamente sulle critiche postate sul web. Al di là della forte concentrazione di haters e detrattori portati dall’hype che ha travolto la rete, l’autore rende noto le novità osservate a proposito dei fan.

La cosa interessante è che abbiamo molti commenti da giovani. Abbiamo dei cosplayer. Un bambino ci ha rimandato tutto il numero uno di Orfani ridisegnato da lui e io avrei voluto abbracciarlo per questo. C’è stata una risposta forte in tutte quelle comunità non legate al fumetto, quella dei videogiochi e del cinema.

Un altro obiettivo di Orfani era infatti quello di coinvolgere un pubblico giovane e diversificato a rischio di perdere parte del pubblico classico Bonelli sfruttando un linguaggio nuovo, diminuendo i tempi di lettura e rendendo l’albo più piacevole, divertente, veloce e dinamico.

L’ultima parte della conversazione si è concentrata sull’importanza della comunicazione e sul bisogno di trovare mezzi per veicolare il prodotto, siano essi tradizionali o meno convenzionali.

Quello che fa la differenza tra il mondo del fumetto degli anni ‘70 e oggi e che negli anni ‘70 il fumetto faceva più parte del villaggio della comunicazione perché c’erano delle personalità legate al fumetto che ne parlavano. Qual è il grosso problema del fumetto? È che i giornalisti e la televisione vogliono vedere personalità e c’è quindi  la necessità di creare personaggi che possano parlare di fumetti.

Per Roberto Recchioni infatti portare il fumetto in televisione, giornali e riviste e una vera e propria missione ed è ben lieto di metterci la faccia proprio come fanno Gipi e Zerocalcare. Comunicatore in tutto e per tutto egli è da tempo un blogger affermato e seguito (il suo blog, Dalla parte di Asso è tra i primi quaranta di e-buzzing). Le sue riflessioni sulla rete sono le seguenti:

Negli anni il web è diventato una caccia al nulla. Ognuno è diventato proprietario del proprio grande fratello, quindi più sei bravo a comunicare, più hai la possibilità di ottenere una visibilità a partire da zero. Il problema vero è mantenerla quella visibilità e fare in modo che quel tipo di popolarità venuta dal nulla diventi una forma di guadagno, una forma di sostentamento. Alcuni ci sono riusciti: Clio Make Up, Wilwoosh e altri youtubers.

Su questi ultimi l’autore è perplesso non riuscendo a capire come sia possibile che un’interazione televisiva possa di fatto generare dei fenomeni della rete. Fatto sta che chiunque riesca a individuare i trend topic e abbia ottime capacità comunicative può sfondare con un canale youtube a prescindere dai contenuti proposti. E la capacità di mantenere i propri seguaci ad essere correlato fortemente al concetto di qualità.

La qualità vince sempre. Chi ci sa fare rimane. Gipi non è andato da Daria Bignardi perché era amico di amici ma perché ha disegnato La mia vita disegnata male.

Insomma in tv vanno coloro che hanno i contenuti e coloro che sanno comunicare poiché il canale comunicativo influenza la vendita del prodotto. Per Roberto Recchioni interagire e comunicare non è considerato un lavoro sporco, ma il contrario: tutta la sua vita da autore è stata spesa con l’intento di far capire al mondo la bellezza del fumetto, urlando forte proprio per farsi sentire.

Così giunta alla fine del mio resoconto non posso che sperare che Roberto Recchioni urli ancora più forte (e più forte e più forte) quanto il fumetto sia immensamente splendido e meraviglioso.

E che i sordi possano sentire.

 Ilaria Mencarelli

martedì 4 febbraio 2014

Uno Nessuno Centomila...Youtubers!

Ammettetelo… tutti abbiamo un canale che seguiamo abitualmente. Che si parli di cucina, trucco o altre facezie poco importa, perché il più delle volte l’argomento passa in secondo piano rispetto a chi lo gestisce: lo (o la) youtuber.  Gli youtuber sono coloro che, dopo aver aperto un canale su Youtube, riescono a farsi un nome e a procurarsi un fedele capannello di ammiratori.














Ma non basta certo l’aver caricato un video sul celebre canale di condivisione per potersi definire uno youtuber. C’è chi ci prova a diventarlo, ingolosito anche dalla possibilità di una lucrativa partnership con Youtube, e chi ci riesce, talvolta senza averlo realmente voluto. Essere uno youtuber è una questione di motivazione, passione, e perché no?, talento. Si parte dal presupposto che ci debba essere una passione che funga da input per iniziare una tale attività. Si sprecano, infatti, canali sull’arte del trucco, cucina, fumetti, film… qualsiasi argomento ha un canale dedicato su Youtube. Tuttavia, il genere che sembra aver maggior successo è quello umoristico. Poco importa quale sia lo spunto da cui si parte, l’importante e che si rida. E pare proprio che l’Italia vanti una nutrita schiera di valorosi youtuber pronti a tutto pur di farci ridere. Dall’ormai celebre Guglielmo Scilla, in arte Willwoosh, a Canesecco, fino ad arrivare a Yotobi o Daniele doesn’t matter, la lista è ancora lunga. Ma avremo modo di approfondire l’argomento prossimamente; ogni youtuber è diverso dall’altro e merita che gli si venga dedicata la giusta attenzione.

Tra l’altro, l’organizzazione di un video è faticosa, specialmente quando si vogliono ottenere dei risultati ottimali, condizione ormai imprescindibile per chi ha un pubblico che si aspetta qualcosa. Innanzitutto, si deve dare una struttura all’episodio, scegliere con cura il linguaggio (che, comprensibilmente, cambia a seconda dell’audience maturato), e prestare molta attenzione ai dettagli tecnici: dalla scelta della videocamera, dell’inquadratura, della luce più o meno adatta. Si potrebbe definire una faticaccia, ma che, se ben fatta, porta all’agognata partnership e, soprattutto, ad un nutrito gruppo di affezionati. Quindi vale senz’altro la pena prodigarsi alla causa, tant’è che pochissimi youtuber, una volta iniziato, tornano indietro. A volte sono i fan quelli che fanno marcia indietro, magari cancellando l’iscrizione al canale del loro ex favorito, cosa più che comprensibile se si paragona il web ad un’arena. Pensateci: l’indice di gradimento di un video si esprime tramite un gesto d’antichissime origini, scelta tutt’altro che casuale! Youtube risulta così essere l’imperatore romano che col suo pollice alzato porta allo youtuber-gladiatore  fama e gloria (virtualmente traducibile con un “subscribe”), mentre  un pollice in giù decreta la sconfitta (che potrebbe culminare nel temutissimo “unsubscribe”). E gli utenti di Youtube sanno essere alquanto impietosi: se lo youtuber, a differenza dei più sfortunati gladiatori, riesce a tenersi la vita, non sempre riesce a fare altrettanto con i propri fan. L’ansia del successo, e la gratificazione che ne deriva, possono spronarlo a caricare una gran quantità di video in poco tempo, cosa di cui, spesso, ne risente la qualità.



















Lo youtuber riuscito, forse, è colui che riesce a domare l’insaziabilità dell’utente medio di Youtube (che vorrebbe un nuovo video al giorno, pretendendo anche che sia perfetto), senza rinunciare alla propria vita fuori dallo schermo. O forse no. Agli utenti l’ardua sentenza!

di Alma Martini

lunedì 3 febbraio 2014

Come nasce un fumetto: Orfani – Prima parte

In questo primo post vi racconterò quello che è stato detto da Roberto Recchioni a proposito delle fasi di realizzazione di Orfani, la miniserie Bonelli ideata dal medesimo sceneggiatore insieme a Emiliano Mammucari . Il suddetto prodotto, composto da 24 albi è contraddistinto da due caratteristiche principali: il rispetto della classica gabbia bonelliana e una “colorazione complessa e raffinata”, che ne fanno un’ideale trait-d’union tra tradizione e innovazione. Un'altra peculiarità del progetto è che la sua produzione si è dilatata nel tempo da due a quattro anni, in particolar modo per la scelta dei creatori e della casa editrice di puntare su una colazione nuova, ben diversa dalle caratteristiche tinte piatte che siamo abituati a vedere in Italia. Ecco le fasi salienti del processo che ha portato il team creativo a ideare, produrre e completare per l’appunto Orfani.

Punto 1: Inventare la storia
Dopo aver avuto la possibilità di presentare un progetto alla Sergio Bonelli Editore, Roberto Recchioni ed Emiliano Mammucari hanno cominciato ad immaginare le possibili storie da proporre come soggetto per una futura miniserie.

Io ed Emiliano abbiamo isolato gli elementi che volevamo raccontare: si trattava della storia di un veterinario specializzato in creature mitologiche che, numero dopo numero, si sarebbe dovuto trovare di fronte a casi specifici tipo: come si curano gli unicorni se sono invisibili a tutti escluse le vergini? Era una sorta di Dottor House in salsa mitologica. Su questa idea ci abbiamo lavorato un paio di mesi, fino a schizzare gli studi del protagonista. Poi siamo rinsaviti e abbiamo quindi pensato di proporre la storia di un gruppo di supereroi pensionati rinchiusi in una casa di cura da cui scappano per salvare i loro nipotini catturati da un nemico. A questa abbiamo lavorato meno, solo un mese. Archiviate queste idee abbiamo capito che dovevamo lavorare su “qualcosa di tradizionale”, di rifarci ad un genere.

I due autori decidono quindi di ripartire dal concetto di “genere” proprio come ha sempre fatto e continua  a fare la Bonelli da anni, proponendo personaggi come Tex, Nathan Never, Dragonero e Julia, ben delineati in contesti e ambientazioni specifiche (dal western al thriller con le opportune contaminazioni) e scelgono di inventare un fumetto di fantascienza.

Di fantascienza bellica in particolare. Ciò significa avere a che fare con due mostri sacri della letteratura di genere come: Heinlein e Haldeman. Il primo ha creato e codificato il genere scrivendo nel ’57 il romanzo Fanteria dello spazio, vero e proprio inno alla vita militare e all’arte bellica, il secondo con il suo Guerra eterna invece ne condanna ogni aspetto.

La fantascienza bellica ha origini che vengono dalla Space opera, dai primordi della fantascienza, da quando in essa venivano affrontate solo storie riguardanti grandi astronavi che sparavano a creature aliene. Heinlein prende quel filone e lo rende maturo; nel suo romanzo troviamo un gruppo di reclute che viene addestrato in una maniera durissima all’interno di un campo di addestramento per diventare fanti della fanteria spaziale. Essi sono soldati rinchiusi in grosse armature che chiamano scimmioni di acciaio e che vengono lanciate nei pianeti come delle bombe , combattendo la guerra con due razze aliene. Fanteria dello spazio è stato un romanzo talmente seminale che, oltre ad aver dato il via ad un adattamento cinematografico che ne ribatte i temi e il significato, è stato l’opera a cui si sono ispirati in principal modo i Gundam, ma anche tutta la robotica giapponese e tutte le idee riferibili ad uomini in armatura tecnologica che combattono nello spazio. L’opera di Heinlein è estremamente destrorsa, egli è ultrareazionario e ultraconservatore e la filosofia all’interno del romanzo è chiaramente favorevole alla guerra. […] Con Guerra eterna invece Haldeman, un uomo che ha fatto il Vietnam e ne è tornato molto provato, scrive un romanzo che è in antitesi del concetto di “Wow! La guerra è fica!”.

Dalle due opere sopracitate e in generale dalla fantascienza bellica hanno preso poi spunto il medium videogames (in maniera prepotente e preponderante, si pensi ad Halo e a Dune) e il cinema (un esempio su tutti: Aliens di James Cameron).

La fantascienza bellica è un genere abbastanza codificato, abbastanza preciso, che ruota sempre intorno alle stesse menate. Essa,come la narrativa tutta, utilizza generalmente determinati archetipi e figure nella sua narrazione per poi raccontare storie estremamente diverse, come dimostrano Fanteria dello spazio e Guerra Eterna.

E la fantascienza bellica in Orfani diventa proprio questo: un veicolo per mezzo del quale raccontare una storia propria, gestendo figure archetipe ben definite. A tal proposito, uno degli i elementi ben radicati nel suddetto genere è la sua natura di romanzo di formazione. La passione di Roberto Recchioni per titoli come Il signore delle mosche (“oltre ad essere un romanzo di formazione è una splendida analisi del male insito negli esseri umani e nei bambini”), Stand by me ("è uno splendido racconto di Stephen King, tradotto in un ottimo film, che entra nella psicologia dei bambini e la tratta come se i protagonisti fossero esseri umani adulti, esprimendo tutta una serie di emozioni fortemente negative che invece il più delle volte vengono ignorate a favore di una versione più edulcorata dell’infanzia") e Battle Royale ha fatto in modo che il suo fumetto abbia come tematica principale il percorso di crescita di un gruppo di ragazzini. Di fatto, se si va a decostruire la storia di Orfani, essa non è altro che la storia di alcuni bambini costretti a diventare adulti molto in fretta e a fare i conti con la propria immaturità e le proprie emozioni.

Usare archetipi per far trapelare un qualcosa di proprio, un messaggio, un innovativa chiave di lettura, la propria visione del mondo.

Tramite Orfani esprimo il mio punto di vista su ciò che gli stati e i governi stanno facendo alle generazioni più giovani. All’inizio questo concetto appare chiaro ma sfumato, mentre poi con l’andare del tempo nella narrazione diventerà sempre più forte.

Punto 2: Presentare il progetto

Generalmente ci sono vari modi per presentare un progetto. Il modo più semplice è fare un po’ di studi, scrivere il soggetto e presentarlo alla casa editrice che lo legge e decide se approvarlo. Noi abbiamo fatto qualcosina di un poco più articolato…

E così che Roberto Recchioni incomincia a raccontare il lungo percorso che ha portato lui e Emiliano Mammucari alla creazione della “bibbia”, faldone contenente tutti i materiali di riferimento riguardanti la miniserie, dai personaggi, alle armi in dotazione, fino alle ambientazioni.

Una volta ottenuto l’Ok da parte della Bonelli, abbiamo sviluppato un documento che contenesse al suo interno tutti gli elementi di design necessari, in modo che tutti i disegnatori e tutti i coloristi si potessero rifare a queste indicazioni per mantenere una linea coerente. In un fumetto di genere si lavora con una decina di disegnatori che tendono a interpretare gli oggetti  a seconda della loro sensibilità e delle loro capacità.

La forte continuity  della miniserie necessita infatti che in ogni episodio venga rappresentato lo stesso universo sempre nella stessa maniera e proprio per questo i creatori si sono visti costretti a dotare disegnatori e coloristi di numerosi e dettagliati riferimenti visivi.

Giunto a questo punto, lo sceneggiatore mostra al pubblico alcune pagine della bibbia in cui si possono osservare da principio le prime illustrazioni di prova e gli studi dei personaggi nelle due versioni passato e presente con tanto di riferimenti (Jonas bambino a River Phoenix, Ringo bambino a Kiefer Southerland, Juno adulta a Jennifer Connelly, Sam adulta a Cristina Ricci).

Vedete qui ci sono tutti gli elementi che servono ai disegnatori per capire che tipo di volto hanno i protagonisti: gli occhi sono fatti in una certa maniera, il frontale funziona così, la forma della sua testa è questa, le divise sono fatte con questi anfibi, hanno questo tipo di risvolto sulle maniche. Tenete conto che ogni singolo elemento è stato pensato e discusso quindi anche solo la forma delle tasche sulle giacche è stato frutto di discussione.

Poi si passa al grosso del cialdone contenente tutto il design dell’oggettistica e degli strumenti militari. E qui l’autore si sofferma a descrivere i passaggi di elaborazione dei caschi e delle armi, realizzati dopo un lungo studio e numerose prove poco convincenti.

Se per caso vi dovesse mai capitare di andare sulla pagina di facebook di Orfani o sul mio blog dovreste trovare una parte dedicata agli elementi bocciati. In particolare, nel caso dei caschi, avevamo pensato a qualcosa di neutro poiché ogni forma di casco da combattimento possibile è già stata concepita da un videogioco. Ci sono quelle eleganti, quelle fighe, quelle pacchiane, le hanno fatte tutte. Emiliano ha fatto il conto, ne abbiamo disegnat circa 600 prima di decidere. Alla fine abbiamo deciso una forma molto semplice che ricorda quelle di Halo. L’idea era di lavorare intorno ad una sorta di becco superiore che desse agli stessi  un certo tipo di taglio a tre quarti. Considerate poi la nostra scelta di rendere elmi e armature non particolarmente rilevanti. Infine abbiamo fatto i modelli 3D per comprendere il tipo di masse e per vedere come avrebbero girato i caschi. […] Le armi devono essere corrette, precise, studiate. Io avevo dato una serie di descrizioni estremamente precise studiando anche il tipo di meccanismo, il tipo di effetto e utilizzo che dovevano avere. L’unica che abbiamo copiato è la Maverick della Nerf (NdS: Neon Genesis Evangelion) che abbiamo deciso di lasciare uguale per un mio cruccio. Le altre sono tutte opera di Emiliano che è arrivato a definire anche il tipo di effetto sonoro che ogni arma avrebbe fatto.

In ultimo vengono mostrati gli studi sugli alieni (ragionati da Werther Dell’Edera e perfezionati da Gigi Cavenago e di cui è stata fatta appunto una guida sulle tipologie e su come funziona lo scheletro interno delle varie razze), sugli ambienti e sui veicoli.
Punto 3: Realizzazione del progetto

Solo dopo aver iniziato il lavoro su tavole e sceneggiatura il progetto ha iniziato a rivelarsi per quello che era veramente: un fumetto fortemente incentrato sulla storia di un gruppo di personaggi, sui loro sentimenti, sulle loro interazioni e relazioni e su come il governo interferisce nelle loro vite.
Ci siamo resi conto che tutto quello che avevamo messo nella bibbia, la parte dei dettagli tecnici, di come fare le armi, dei nomi dei veicoli non solo erano inutili, ma sviavano in termini narrativi il centro della storia. Quindi siamo andati via via pulendo tutto.

Tale processo di semplificazione ha lo scopo di rendere più coerente l’universo di Orfani ,  in modo da far risaltare i personaggi, esattamente come se si trattasse di un dramma teatrale.

Roberto Recchioni si sofferma poi sul lavoro da lui svolto sulla sceneggiatura indicando come perno centrale della trama il mistero relativo la guerra (che si risolverà al sesto volume con un fortissimo plot twist) e spiegando la scelta di dividere gli albi in due flussi temporali ben distinti.

Avendo due flussi narrativi specifici, avevo due modi di raccontare la storia: una era quella degli sbalzi, dell’uso di continui flashback, l’altro era un approccio molto più estremo e strambo, era quello di dividere il numero in due. In quel periodo stavo guardando Full Metal Jacket di cui mi aveva sempre colpito la netta divisione in due blocchi: la prima parte di addestramento, la seconda di guerra. Mi piaceva come le due parti stridessero, come il personaggio di Joker fosse cambiato nel momento di vuoto tra la fine dell’addestramento al campo e il momento in cui lo ritroviamo come giornalista in Vietnam. Ho deciso che quella struttura mi poteva interessare perché lasciava un grosso momento vuoto.

L’autore sfrutta tale tipologia di narrazione come secondo elemento di mistero; egli mette infatti il lettore davanti a personaggi che non può cogliere appieno e gli dà modo di comprenderne ogni singola sfumatura solo al termine della serie. Una sorta di percorso circolare in cui punto d’origine e fine coincidono, in cui alla prima parte del nel numero dodici segue la seconda del numero uno. Naturalmente un approccio del genere è complesso ed è necessario avere un’idea ben precisa di come vertono gli eventi in maniera da gestire al meglio la trama nel tempo.

Infine è stato preso in considerazione il terzo elemento di mistero:
I nostri guerrieri del futuro hanno un’armatura che li cela il volto, mentre da bambini invece li riconosciamo bene; da bambini sono sei o sette, da adulti sono cinque e ciò significa che due sicuramente non ce l’hanno fatta . Poi non è neanche detto che i personaggi che sono dentro la corazza siano effettivamente i bambini che abbiamo visto all’inizio…

È stato poi creato il gruppo di disegnatori a cui sono state mandate le prime sceneggiature e si è cominciato a pensare alla colorazione. Il problema dell’Italia, in tal senso, è che non esiste una vera e propria categoria che si occupa di colorare fumetti italiani. I coloristi italiani lavorano per lo più all’estero, dividendosi tra mercato americano e francese. Si è così deciso di formare direttamente i coloristi e di cercare di trovare lo stile di colorazione più adatto per Orfani.
Per spiegare il difficile approccio alla colorazione Roberto Recchioni mostra l’apporto di Annalisa Leoni che ha redatto la bibbia colori per la seconda serie.

Noi non siamo coloristi quindi l’approccio a colori della prima serie è stata incredibilmente difficile, incredibilmente lunga. Per la seconda abbiamo cercato di trovare un approccio un po’ più razionale, come potete vedere si sta ragionando molto di più con dominanze forti.
Esattamente come l’estetica del noir americano nasce dall’esigenza di portare avanti le riprese senza la possibilità di usare numerosi fonti di luce per problemi di budget, così Orfani rivede la sua colorazione per questione di tempistica.

I tempi di lavorazione per la seconda serie erano molto stretti e piuttosto che fare la colorazione come la prima serie ma male, abbiamo deciso di ottimizzare tutte le esperienze che avevamo fatto e di dare una fortissima caratterizzazione che ci permetterà di finire in tempi civili. Quindi nascono sequenze fortemente caratterizzate dagli azzurri, da colori tonali estremamente rigidi di modo da aumentare la velocità mantenendo la qualità complessiva.
A Giovedì per la seconda parte!
di Ilaria Mencarelli

Come nasce un fumetto: Orfani – Premessa

L’8 Gennaio mi sono recata a Varese in occasione del penultimo incontro di fantascienza organizzato dall’Università degli Studi dell’Insubria: Il fumetto di fantascienza – Come si inventa un fumetto: “Orfani”, la nuova scommessa della Bonelli. Roberto Recchioni , che è ormai dappertutto come il pomodoro (o forse sono semplicemente io il pomodoro in questione?), per l’occasione ha descritto in maniera dettagliata le fasi di realizzazione della nuova miniserie della casa editrice di via Buonarroti e ha poi risposto alle numerose domande che gli sono state poste dal pubblico di ragazzi in ascolto.

Poiché l’intervento è stato lungo, poiché le informazioni riportate sono interessanti e poiché mi sono fatta un mazzo tanto per trascriverle vi propongo la mia cronaca divisa in due parti: una dedicata alla conferenza vera e propria e l’altra alle domande che ne sono conseguite.

Purtroppo non avevo modo di fare foto, dovrete accontentarvi del resoconto.
Buona lettura!

Ilaria Mencarelli

domenica 2 febbraio 2014

Intervista a Giovanni Bufalini

In occasione della presentazione di Orfani (primo prodotto interamente a colori Bonelli ideato dagli autori Recchioni-Mammucari), al Lucca Comics & Games 2013 è stato mostrato in anteprima l’action trailer ufficiale della serie, ideato e prodotto dagli studenti della Scuola Romana di Fotografia e Cinema, sotto la guida del docente Giovanni Bufalini. In occasione dell’uscita del backstage del trailer abbiamo fatto a quest’ultimo un po’ di domande riguardo il progetto che ha coinvolto per l’appunto la Scuola Romana e lo sceneggiatore Roberto Recchioni.

Giovanni Bufalini, nato ad Orvieto, classe 1973, è direttore della sezione Cinema della Scuola Romana di Fotografia e Cinema, in cui è docente di Regia, e docente universitario di Regia e sceneggiatura all‘Accademia di Belle Arti di Viterbo. Si diploma a Milano al Master della Civica Scuola di Cinema Televisione e Nuovi Media e conclude il corso Rai Script per sceneggiatori di cinema e fiction, per poi lavorare alla realizzazione di corto e lungometraggi, documentari, spot e videoclip, alcuni dei quali gli sono valsi premi e menzioni, come Nastri D’Argento e Fantafestival.

Come è nata la collaborazione tra la Scuola Romana di Fotografia e Cinema e Roberto Recchioni? E con quale scopo?

La mia amicizia con Roberto risale agli anni novanta, quando veniva a trovarci nella casa-redazione di Milano dove realizzavamo la miniserie a fumetti “Pulp Stories” della SF Edizioni. Da allora, abbiamo sempre mantenuto rapporti di stima reciproca e, da quando sono diventato il direttore della sezione cinema della Scuola Romana di Fotografia e Cinema dove insegno anche regia, è venuto per me naturale invitarlo a tenere un workshop annuale di scrittura. Utile all’assegnazione delle borse di studio. Oramai, quasi un portafortuna per il Master di Cinematografia.

Prima il trailer promozionale di Asso, poi quello di Orfani, due fumetti e due trailer molto differenti tra loro. Ci racconti quale approccio avete usato per entrambi?

Sono figli appunto di quei workshop. La mia idea di formazione, condivisa con gli altri docenti, è quella della pratica sul campo. Cinema indipendente, che troppo spesso si confonde con l’amatoriale. Questo insegniamo e io non posso prescindere dalla mia esperienza passata nel mondo del fumetto. Come dall’amore per i classici. Ho proposto a Roberto dunque prima il trailer di Asso, ovviamente, perché volevo che fosse il mio omaggio alla sua creatura. Lui, da entusiasta qual’è, ha accettato la sfida. La scuola che ha prodotto tutti e due i trailer ha reso possibile il concretizzarsi delle nostre idee, in sinergia tra allievi e docenti. E, visto che il risultato di Asso alla fine credo sia andato oltre le aspettative di Roberto, con Orfani poi abbiamo solo alzato un po’ il tiro.

Con il booktrailer di Asso stavate sperimentando in maniera piuttosto inedita in Italia un modo diverso di pubblicizzare il fumetto. Quali sono stati i risultati? E con il trailer di Orfani?

  I risultati sono i due prodotti, nel bene e nel male. Ci siamo impegnati al massimo nel realizzarli. E mi sembra che abbiano raggiunto non solo il pubblico del fumetto, grazie anche a tutte le reazioni sanguigne che Roberto sempre smuove. Oltre al web, “Asso” è andato poi tra i finalisti nella sezione booktrailer del Cortinametraggio e Orfani trailer è stato accolto con entusiasmo nella conferenza stampa Bonelli a Lucca Comics. Per il momento.

Come è venuta l’idea di creare per Orfani un trailer che richiama le vecchie pubblicità anni ottanta?

   Dai vincoli di budget che, nell’indipendenza, diventano sempre spunto creativo. Sarebbe stato inutile cercare il “vorrei ma non posso” per la fantascienza di Orfani. Grazie anche al prezioso intervento di Lrnz, coinvolto da Roberto nella post-produzione, abbiamo deciso quindi che avremmo realizzato un omaggio alla nostra infanzia. Assolutamente coerente per stile e sapore.

Perché nel video avete deciso di rendere protagonista proprio Pistolero?

   Roberto ha deciso per noi. Ma di certo il mio western spirit maremmano non poteva che essere d’accordo.

Dove avete fatto le riprese? Quanti sono stati i giorni di produzione e di montaggio? Come si sono svolte la fasi di lavorazione, produzione e post-produzione?

Grazie per la domanda. Molti non sanno quanto lavoro c’è dietro un minuto e mezzo di prodotto finale. L’idea è nata in un pomeriggio a casa di Roberto. Il soggetto é stato sviluppato nella giornata di workshop a scuola. C’è voluto un mese di preparazione anche per realizzare l’armatura, i props e le scenografie con la collaborazione di Federico Baciocchi e Officine B5. Poi, una giornata intensa di riprese al Trenta Formiche del Pigneto e infine una settimana compatta di montaggio tra lo studio In-House del nostro docente Andrea Maguolo e la post digitale a casa di Lrnz, appunto. Mentre Stefano Profeta, con cui spesso collaboro, creava la musica in stile appositamente per il trailer. Ringrazio loro e tutti gli altri che hanno collaborato. Senza dei quali non ci saremmo riusciti.

Pensi che la collaborazione continuerà?

Stiamo già lavorando ad altri progetti comuni. Io me lo auguro. Mi diverto.


Si ringrazia Giovanni Bufalini per la disponibilità.

Ilaria Mencarelli