Poiché si è parlato a lungo della nuova stagione, di cui sono state fatte vedere anche la bibbia realizzata da Lorenzo Ceccotti (mecha design) e Annalisa Leoni (colori), a seguire vi saranno allertati tutti gli SPOILER sulla seconda stagione qualora non vogliate rovinarvi la sorpresa.
INIZIO SPOILER
Con la prima domanda si inizia subito a toccare un argomento
piuttosto delicato: il modo in cui sono state concepite la prima e la seconda
stagione e la temporalità che intercorre tra le due. La risposta sbottonata
dell’autore rivela nuove interessanti informazioni sul futuro della miniserie e
su quello che dobbiamo aspettarci.
Tra la prima e la seconda stagione passano parecchi anni. Anche in
questo caso abbiamo deciso di correre l’ennesimo rischio facendo uscire la
miniserie con un nome nuovo e numerandola da capo in maniera che, chi ha
seguito la prima leggendo la seconda noterà che la continuità è evidente,
mentre chi sale a bordo per la prima volta leggerà comunque una storia fruibile
in maniera autonoma.
FINE SPOILER
Per ciò che riguarda il rapporto dello sceneggiatore con la
scrittura egli esprime l’importanza che ha per lui conoscere il disegnatore per
cui sta realizzando la storia, sia per poter sfruttare i suoi punti di forza al
meglio, sia per creare un rapporto con lo stesso. E così è stato per Orfani: conoscere il proprio partner di
lavoro ha permesso all’autore di giocare con i personaggi nelle migliori
condizioni, dando origine ad un fumetto Bonelli ricco di interazioni piuttosto
complesse tra i protagonisti. A tal proposito sottolinea:
Se avete pazienza di arrivare al 12 scoprirete
che i personaggi di Orfani sono molto
particolari, ognuno di loro ha una profondità che davvero non ho mai scritto prima. Per me era importante
sapere esclusivamente come avrebbero recitato, del design mi interessava relativamente.
Più volte ho detto che Orfani poteva essere raccontato allo stesso modo ai
giorni d’oggi o nel passato. Si continua a parlare dell’argomento scrittura ed in particolare di come il linguaggio usato da Roberto Recchioni si sia modificato nel tempo raggiungendo uno stile diverso, molto più asciutto e al servizio del disegno come nei casi de La redenzione del samurai, I fiori del massacro e Orfani.
Quando ho finito David
Murphy 911 mi ero stancato della mia
voce, di quel tipo di stile molto sopra le righe, molto ridondante e molto
sporco. Ho iniziato un tipo di lavoro di pulizia sulla mia scrittura. Dopo La redenzione
del samurai ho deciso di andare avanti su
questa strada. […] Io credo che un bravo sceneggiatore di fumetti debba
apportare un tipo si scrittura che sia al servizio del disegno; quindi se posso
passare un’informazione esclusivamente con le immagini preferisco lasciarle
senza dialogo.
Al contrario I fiori
del massacro e Orfani appaiono
due opere molto diverse per quanto riguarda la tipologia di dialoghi adottati.
Il tono del secondo si mantengono sempre carichi, sempre troppo enfatizzati e
sempre eccessivi, ma per scelta.
I personaggi adulti parlano
così perché sono degli stupidi. Sono degli esaltati che stanno combattendo e
sono stati educati con una filosofia bellica che gli porta a dire cazzate. Hanno
lo stesso tipo di tracotanza e supponenza dei marines di Aliens. […] Mi rendo conto che quello che gli
faccio dire è stupido e glielo faccio dire, ribadisco, perché loro sono
stupidi! Sono personaggi pieni di arroganza e trasmettono la loro arroganza per
mezzo dei dialoghi. A poco a poco poi si noterà che il tipo di linguaggio dei
personaggi si modificherà perché in base alle scoperte che faranno essi
cambieranno e acquisteranno spessore.
Si tocca poi un argomento che sta molto a cuore allo
sceneggiatore romano: la funzione degli archetipi come mattoni edificanti delle
storie in antitesi al costante bisogno delle nuove generazioni di trovare
riferimenti e citazioni nei fumetti come se si trattasse di una vera e propria
caccia al tesoro e senza badare ad altro.
Perché si usano archetipi e luoghi comuni nel fumetto? Permettono di
risparmiare informazioni. Nel senso se io creo un personaggio che è un proto
killer non mi dovrò dilungare a raccontartelo troppo perché il tuo cervello è
pieno di centinaia di personaggi simili che portano dietro una serie di
informazioni. Ad esempio Luke Skywalker è Semola, cioè il prescelto che riceve
la chiamata e deve adempiere ad un destino più grande di lui.
A suo avviso non è cambiata la capacità di riconoscere
riferimenti (Guerre Stellari è
smontabile oggi come lo era per i ragazzini che lo videro per la prima volta
nel ’77) ma il modo che hanno le nuove generazioni di rapportarsi a libri, film
e fumetti, sempre in cerca di citazioni piuttosto che del contenuto intrinseco
di un’opera. La ricerca degli evidenti riferimenti nei suoi fumetti sono
all’ordine del giorno e spesso denotano anche scarsa conoscenza del materiale
seminale da cui lo stesso attinge (si veda il caso de I fiori del massacro, dove una delle principali fonti di
ispirazione dell’albo è Lady Snowball
e non Kill Bill, ultimo film cult a
trattare la tematica della vendetta al femminile). E tra l’altro film quali Kill Bill e Matrix, in maniera più o meno scorretta, riportano costantemente ad
altro, pur rimanendo godibili e ben fatti.Sergio Leone con Un pugno di dollari! Akira Kurosawa lo ha denunciato e lui ha perso. Ciò non cambia però che Un pugno di dollari sia un capolavoro. Il cosa rimane molto relativo, è il come che diventa fondamentale.
Quindi in Orfani l’uso
di archetipi come mezzo facile e funzionale per passare velocemente
informazioni al lettore è un scelta di fondamentale importanza che permette a
Roberto Recchioni di sviare il lettore e portare avanti una storia che, numero
dopo numero, si discosta sempre di più dai canoni della fantascienza bellica,
diventando una serie unica, “a cui niente
assomiglia”. Al contrario la citazione è qualcosa di diverso, è riprodurre
inquadratura su inquadratura una scena già esistente esattamente come fa De
Palma nei suoi film, un qualcosa da cui l’autore di discosta fortemente.
Quando scrivevo John
Doe e John Doe parlava di Super Car non si trattava di una citazione, ma di un
riferimento culturale, di un dialogo referenziale che si rifà alla cultura pop.
La scena, per essere considerata citazione di Super Car si sarebbe dovuta svolgere nel modo seguente: John Doe sarebbe dovuto
entrare in un macchina, avrebbe detto “Go Kit” e la macchina avrebbe dovuto
rispondere. Il citazionismo non mi ha mai interessato, anche se dentro Orfani
ci sono alcune citazioni che mi sono divertito
a fare, come quella di Guerre Stellari
sul numero tre per cui non ho resistito.
Per funzionare le citazioni devono diventare esse stesse
meccanismo decostruttivo della narrazione, esattamente come faceva Tiziano
Sclavi in Dylan Dog. Ne è un esempio
lampante Killer! Il numero cinque
della collana dove Dylan si trova a fronteggiare un proto-Terminator del tutto
simile a Schwarzenegger per poi scoprire che altri non è che un golem, intuendo
così come porre fine alla catena di uccisioni generate dallo stesso.
Che ha fatto Tiziano? Ha tolto un velo da
Terminator. Ha detto: “giochiamo con Terminator, scombiniamolo un po’,
riveliamone una delle origini.” Terminator non è altro che il golem. Quindi
Dylan si confronta con golem che è Terminator. È un cortocircuito divertente.
E di nuovo tornando sulla struttura delle storie e sulle
figure archetipe conclude:
Destrutturare le storie è un esercizio molto
utile per chi vuole scrivere . E se lo fate, scoprirete che metà dei film che
avete visto sono lo stesso film, non un film leggermente simile, lo stesso. Poi
il come gli strati e gli abbellimenti nascondano quell’origine è tutt’altra
cosa. Ma Guerre Stellari è due volte lo stesso film che è Matrix, con la figura di un prescelto. Il fatto
che Neo eviti i proiettili non cambia nulla, quello è solo il come. Matrix e Guerre Stellari sono l’applicazione dell’ABC di quanto scritto da Vogler ne Il volto dell’eroe, cioè la struttura classica dell’eroe che riceve
la chiamata dal destino ed è costretto ad accettarla.
Ritornando sulle critiche riferite alla secchezza del
linguaggio e ai dialoghi adottati nella miniserie, Roberto Recchioni ribadisce:
“Noi non facciamo
arte, noi facciamo cadaveri” è una frase brutta! È il motto di un branco di
psicopatici che uccide i bambini per trasformarli in soldati. Perché dovrebbero
avere un motto fico? Quello che gli stanno dicendo e che a loro non interessano
i codici, non gli interessa l’arte, non gli interessa la bellezza, non gli
interessa la forma, gli interessa solo il risultato che è uccidere. Non deve
essere una bella frase. Il fatto che loro la ripetono in maniera così ossessiva
vi deve far capire che è brutto ciò che sono diventati. […]In realtà sono una
manica di psicopatici, di bambini rovinati, che è poi il principio stesso dei
bambini addestrati alle armi. C’è qualcosa di peggio? No. Ogni sistema sociale
che usa i bambini per fare una guerra è un sistema alla deriva e quello sto
raccontando. Sto cercando di scrivere dei dialoghi molto sintetici perché sto
cercando in assoluto le chiavi per un linguaggio nuovo. Per me la verbosità, la
quantità di spiegoni del linguaggio Bonelli sono uno dei problemi che portano il
pubblico ad allontanarsi. Il fumetto Bonelli infatti si adagia sulle
spiegazioni. Io cerco di eliminare la necessità di avere lunghe spiegazioni o
di ridurle al minimo.
Il percorso adottato dallo sceneggiatore romano, in
contrasto con la teoria di Sergio Bonelli per cui il lettore non sfoglia l’albo
con attenzione e ha bisogno quindi che il concetto venga ribadito più volte,
non è necessariamente quello giusto. E l’autore stesso si chiede se lo sia ogni
qual volta si trova a dialogare con il suo pubblico riguardo concetti che, pur
essendo spiegati in maniera concisa nei suoi fumetti, non sono passati. Un
problema difficile se non impossibile da risolvere. Fatto sta che più si rende
il linguaggio universale, più si finisce per impoverirlo e, a tal proposito, il
tentativo di Roberto Recchioni rimane uno sforzo coraggioso di cambiare le
cose.
Le innovazioni presenti nella serie non sono immediatamente
riscontrabili dai primi numeri, ma incominciano a notarsi solo dopo la lettura
del quarto quando le carte iniziano a scoprirsi. A tal proposito la periodicità
mensile del fumetto è una pecca in
quanto i tempi di reperibilità dei singoli albi sono troppo lenti per una serie
che come Orfani è fortemente influenzata dalla struttura narrativa dei telefilm.
Non resta che aspettare il volume deluxe pubblicato da Bao Publishing (che
ingloberà gli albi a gruppi di tre) per vedere come andrà il mercato nella
libreria di varia.
Sul prolungamento della miniserie
e quindi sulla produzione di un terza serie Roberto Recchioni è perplesso e
spiega le due motivazioni per cui non è detto che ci si trovi davanti ad un
rinnovo.
Tutto da vedere insomma, anche perché
poi bisognerà tenere conto degli andamenti della seconda serie ed in
particolare del cambiamento del titolo che potrebbe comportare dei costi o dare
vita ad un nuovo rilancio.
Sull’action trailer c’è poco da
dire: era una lavoro fatto senza pretese con la Scuola Romana di Fotografia e
Cinema e ha avuto le sue sessantamila visualizzazioni. Si basa sull’idea di riproporre
atmosfere anni ’80 che molti ricordano con nostalgia e che sono apprezzate anche
dai ventenni. L’autore si sbilancia poi sull’andamento della forte campagna di
promozione indetta per Orfani:
Oggi sono un po’ più scettico perché alla fin fine sia Orfani che Dragonero hanno attirato mediante la campagna virale un pubblico iniziale fisso
ma labile. Infatti la perdita di lettori tra primo e secondo volume è la
stessa. […] I lettori che riusciamo ad avvicinare con il numero uno li perdiamo
poi. Dobbiamo studiare, sicuramente c’è qualcosa che non va.
Alla domanda “Come è nato Orfani?” Roberto Recchioni risponde:
Sto invecchiando, ho una posizione lavorativa abbastanza tranquilla e sono
una persona che alcuni obiettivi li ha raggiunti. Quindi potrei guardare avanti
e invecchiare. Dall’altro lato però ho la fortuna di conoscere persone molto
più giovani di me e mi rendo conto che viviamo in un momento specifico in cui
stiamo infilando tutti i nostri ragazzi in un tritacarne. Orfani parla di quello, cioè di come abbiamo
ficcato il nostro futuro in un tritacarne che riduce i giovani d’oggi ad essere
precari dell’anima più che dei precari lavorativi.
Analizzando i punti deboli
della miniserie, essi non vengono ricondotti al formato bonelliano, quanto all’hype
scatenato, che ha generato delle aspettative troppo alte, e all’uscita mensile
degli albi.
L’unica cosa che con il senno di poi posso dire è che forse valeva la
pena di farlo quindicinale in maniera di avere delle uscite più ravvicinate,
più vicine. È un ipotesi su cui si sta ragionando ora per il futuro. In novità
per novità potevamo rischiare anche con quello. Ritengo che la Bonelli abbia
fatto il meglio e che mi abbia messo nella condizione migliore per lavorare.
Quando sarà finito e vedremo come la storia verrà giudicata nel suo complesso,
mi prenderò le mie colpe o i miei meriti.
La scelta di optare su protagonisti
iberici è dovuta a due motivazioni principali: l’entrata della Spagna nella crisi
economica durante le fasi di ideazione e di scrittura della serie (“Mi interessava sfruttare la crisi che stava
e sta investendo l’Europa senza usare l’Italia. Ho avuto delle remore.”) e
le perplessità di Sergio Bonelli riguardo la creazione di personaggi italiani (“I
dischi volanti non atterrano a Belluno”). I cattivissimi Juric e Nakamura sono
rispettivamente slava e giapponese per una questione di gusto personale.
La Juric è slava perché mi piacciono i nomi slavi, Nakamura invece è
giapponese perché io sono intrippato col Giappone e perché lui rappresenta l’autorità
che in Giappone è forte. Poi mi divertiva appunto fare una citazione: mettergli
la tuta sportiva di Kitano in Battle Royale. L’avevo trovata una cosa strana in Battle Royale e volevo assolutamente rubarla.
Al contrario la seconda
stagione ha uno stretto rapporto con l’Italia, che diventa ambientazione
principale del viaggio on the road dei protagonisti per due motivazioni.
La prima è che la remora di cui ti parlavo è venuta meno. La seconda
perché la conformazione geografica dell’Italia si prestava molto bene al tipo
di storia che avevo costruito. Mi serviva che i personaggi facessero un certo
tipo di percorso obbligato e l’Italia, con il fatto che puoi solo salire, mi
tornava utile. Vi anticipo la storia: si tratta di un on the road che parte dal
Sud Italia poi sale. Quindi volevamo fare una progressione per cui iniziavamo
da una Napoli, che è quasi una città normale, ad una Roma devastata fino ad
arrivare ad una Milano rasa al suolo perché più vicina all’epicentro.
Un passaggio graduale verso l’inferno
sfruttando la morfologia dello stivale . Ma anche il divertimento di poter
ambientare la storia nel nostro paese. Con i suoi pro e i suoi contro. E così
ad un disegnatore milanesissimo come Massimo Ambrosini, che inizialmente doveva
disegnare la sua Milano, è capitato l’albo ambientato a Roma con tutti i
problemi riferiti alla disposizione dei monumenti e, in generale, alla riproduzione
della “vera Roma”.
FINE SPOILER
Sulla Bonelli e i paletti imposti dalla casa editrice:
La casa editrice non ci ha messo dei limiti, anzi. Da quanto sono
entrato in Bonelli ho sempre fatto quello che mi andava di fare. Ho scritto una
storia su Dylan Dog su Dylan malato
che ero sicuro che mi avrebbero bocciato e invece mi è stata pubblicata ed è
stato un grande successo. Ho chiesto una serie a colori e me l’hanno fatta fare.
Sergio odiava le storie dei samurai ma mia hanno permesso di farne due di cui una
contiene scene sadomaso e me l’hanno passato. Forse sono particolarmente
fortunato, però ho avuto pochissimi problemi di limiti di questo tipo. Non mi
nasconderò mai dietro il dito del “non me lo hanno lasciato fare”. Se sbaglio
ho sbagliato io. Se vinco, vinco io.
A proposito delle competenze acquisite dai coloristi durante il faticoso lavoro compiuto su Orfani esse si stanno riversando su altre testate come Dylan Dog e Dragonero.
Tutti i coloristi e gli artisti di Orfani stanno passando su Dylan perché
io adesso sono il curatore di Dylan Dog
e porto ciò che ha funzionato su Orfani all’interno
della testata per rinnovarla. Inoltre i coloristi di Orfani oggi parlano con i coloristi degli albi speciali
di Dragonero e con gli altri
coloristi degli albi speciali perché per ottenere un certo tipo di resa del
colore su Orfani ci siamo dovuti fare
un mazzo incredibile.
Roberto Recchioni poi rende
noto il suo impegno su un nuovo progetto in bianco e nero ma sottolinea il
bisogno di portare avanti la tradizione del colore intrapresa dalla miniserie.
Colore che rende a tutti gli effetti Orfani
una serie appetibile al mercato estero (già pubblicato in Germania, arriverà in
Francia e negli USA). E proprio la ricerca di mercati alternativi era uno degli
obiettivi primari dell’autore che non sopporta la volatilità degli albi Bonelli
in edicola. In tal senso anche la scelta di pubblicare la miniserie per la
libreria di varia in un arco di tempo così breve è un modo per aprirsi una
nuova fetta di torta del mercato.
Scordatevi che Roberto
Recchioni ricordi i vostri commenti positivi sulla sua creazione! Egli ammette
infatti di concentrarsi esclusivamente sulle critiche postate sul web. Al di là
della forte concentrazione di haters e detrattori portati dall’hype che ha
travolto la rete, l’autore rende noto le novità osservate a proposito dei fan.
La cosa interessante è che abbiamo molti commenti da giovani. Abbiamo
dei cosplayer. Un bambino ci ha rimandato tutto il numero uno di Orfani ridisegnato da lui e io avrei voluto abbracciarlo
per questo. C’è stata una risposta forte in tutte quelle comunità non legate al
fumetto, quella dei videogiochi e del cinema.
Un altro obiettivo di Orfani era infatti quello di coinvolgere
un pubblico giovane e diversificato a rischio di perdere parte del pubblico
classico Bonelli sfruttando un linguaggio nuovo, diminuendo i tempi di lettura
e rendendo l’albo più piacevole, divertente, veloce e dinamico.
L’ultima parte della
conversazione si è concentrata sull’importanza della comunicazione e sul
bisogno di trovare mezzi per veicolare il prodotto, siano essi tradizionali o
meno convenzionali.
Quello che fa la differenza tra il mondo del fumetto degli anni ‘70 e
oggi e che negli anni ‘70 il fumetto faceva più parte del villaggio della
comunicazione perché c’erano delle personalità legate al fumetto che ne
parlavano. Qual è il grosso problema del fumetto? È che i giornalisti e la
televisione vogliono vedere personalità e c’è quindi la necessità di creare personaggi che possano
parlare di fumetti.
Per Roberto Recchioni infatti portare
il fumetto in televisione, giornali e riviste e una vera e propria missione ed
è ben lieto di metterci la faccia proprio come fanno Gipi e Zerocalcare.
Comunicatore in tutto e per tutto egli è da tempo un blogger affermato e seguito
(il suo blog, Dalla parte di Asso è tra i primi quaranta di e-buzzing). Le sue
riflessioni sulla rete sono le seguenti:
Negli anni il web è diventato una caccia al nulla. Ognuno è diventato
proprietario del proprio grande fratello, quindi più sei bravo a comunicare,
più hai la possibilità di ottenere una visibilità a partire da zero. Il
problema vero è mantenerla quella visibilità e fare in modo che quel tipo di
popolarità venuta dal nulla diventi una forma di guadagno, una forma di sostentamento.
Alcuni ci sono riusciti: Clio Make Up, Wilwoosh e altri youtubers.
Su questi ultimi l’autore è
perplesso non riuscendo a capire come sia possibile che un’interazione
televisiva possa di fatto generare dei fenomeni della rete. Fatto sta che
chiunque riesca a individuare i trend topic e abbia ottime capacità
comunicative può sfondare con un canale youtube a prescindere dai contenuti
proposti. E la capacità di mantenere i propri seguaci ad essere correlato
fortemente al concetto di qualità.
La qualità vince sempre. Chi ci sa fare rimane. Gipi non è andato da
Daria Bignardi perché era amico di amici ma perché ha disegnato La mia vita
disegnata male.
Insomma in tv vanno coloro che hanno i
contenuti e coloro che sanno comunicare poiché il canale comunicativo influenza
la vendita del prodotto. Per Roberto Recchioni interagire e comunicare non è
considerato un lavoro sporco, ma il contrario: tutta la sua vita da autore è
stata spesa con l’intento di far capire al mondo la bellezza del fumetto, urlando
forte proprio per farsi sentire.
Così giunta alla fine del mio
resoconto non posso che sperare che Roberto Recchioni urli ancora più forte (e
più forte e più forte) quanto il fumetto sia immensamente splendido e
meraviglioso.
E che i sordi possano sentire.
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